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SYD BARRETT |
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ED IL PRINCIPIO DI FOLLIA LISERGICA |
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Elegia ad un diamante pazzo le cui schegge
ancora brillano |
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Talvolta il genio ingrassa cosi' avidamente la
mente rendendola partecipe di uno
sconsiderato, folle gesto la cui unica
giustificazione risiede in un apparentemente
infinito, eclettico principio di creativita'
contraddistinta da un alternarsi di luce ed
oscurita', Paradiso ed Inferno, talvolta
percorrendo sentieri ellittici dalla
complessita' pressoche' indecifrabile e
sinonima di feroce imprevedibilita'.
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La follia e' sempre stato una sorta di
comandamento per l'angelico diamante della
neo-nata psichedelia britannica, Roger "SYD"
Barrett, bizzarro genialoide alchimista,
arguto sperimentatore di intrugli
sapientemente sospesi fra reale ed irreale,
surreale ed immaginifico. Un atto di
impagabile amore fra la sua destabilizzante,
obliqua materia grigia e la Dea delle Droghe
psichedeliche in voga nei tardi anni '60:
l'LSD.
Lo si puo' considerare un rapporto di amore e
odio, diabolico spartiacque che divise la gia'
fragile, "friabile" personalita' di Syd in due
antitetiche parti; il "viaggio" da lui
intrapreso lo avrebbe presto condotto sino
alle porte del Nulla, e dal Nulla egli venne
inesorabilmente risucchiato. Per sempre le sue
"scomposizioni-ricomposizioni" del suono
distorto, figlio diretto della etica
musicale-compositiva-onirica dei PINK
FLOYD-prima maniera, ci vennero portate via,
come se un bambino spesso capriccioso (e
innegabilmente dotato di finissimo intelletto)
ma dalla ingombrante cervelloticita' venisse
strappato alla madre, prima ancora di poter
maturare (e quindi crescere) onde poter
esprimere il suo prodigioso, unico ed
inarrivabile potenziale.
La psichedelia nel 1967 era un "affare
privato" per pochi, raffinati intelletti; il
messaggio acido-lisergico di Timothy Leary
stava "collezionando" sempre piu' avidi
adepti, ma si trattava ancora di un fenomeno,
tuttavia in crescita, di portata limitata e
votato a circoli prettamente "underground".
Spesso si tende all'abuso di questo termine,
essendo la maggior parte di noi ignari (del
tutto) da dove questa parola abbia avuto
origine e, soprattutto, che cosa abbia
significato agli addetti dei lavori in quei
nevrotici anni di rivoluzioni ed eroi
destinati
a precoce auto-distruzione. THE PIPER AT THE
GATES OF A DAWN fu fulgido
sinonimo, sintesi assoluta dell'underground
musicale londinese; tutto, probabilmente, tale
movimento nacque da una cantina (o semplice
cameretta dotata di pochi e rudi, efficaci
attrezzi) dove il Nostro amato, indimenticato
Syd amava sperimentare nuovi suoni ed
innovative alchimie sulla sua chitarra
elettrica, da lui progettata e costruita.
"Genesi di un genio", si potrebbe intitolare
l'epopea, breve ma intensa, "barrettiana" e
dei suoi compari floydiani per quel che
concernono i primi inauditamente
rivoluzionari, trascendentali "rigurgiti"
neo-psichedelici su vinile. |
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E' il 1964 e Barrett, folle visionario nonche'
raro caso di "freak ante-litteram", comincia a
riunire, tassello per tassello, un
coloratissimo mosaico che lo portera' alla
composizione di uno dei capolavori assoluti
della moderna psichedelia britannica,
THE PIPER AT THE GATES OF A DAWN, opera
multiforme e di "rottura".
Barrett e' il dominatore incontrastato,
allucinato despota musicale, anarchico fino
all'autolesionismo sociale, bizzarro, onirico,
"lunare", futuristico; le digressioni
spazio-ancestrali di questa prima opera non
hanno niente a che vedere con il pop macchiato
di soave, dorata lisergia del contemporaneo
SGT. PEPPER dei Beatles (uscito poco prima,
nel Giugno del 1967): i testi sono figli
diretti degli incubi distorti e macabri della
"spacey-mind" di Barrett; il suono cupo,
vagamente esoterico sembra annunciare l'inizio
e, allo stesso tempo, la fine di un sogno,
quasi si trattasse di oscuri presagi che a
quel tempo probabilmente sono gia' noti alla
coscienza del Nostro. |
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THE PIPER AT THE GATES OF A DAWN oscilla tra
scquarci favolistici che rimembrano spiragli
di mondi fantastici tratti da "Alice nel paese
delle meraviglie" ed incubi le cui
disconnessioni lasciano intendere il clima di
schizophrenia regnante inter-mentale di
Barrett, alla quale nulla ed alcun razionale
rimedio sembra poter opporre, se non continue
e massicce dosi del suo piu' caro
amico/nemico, l'acido che si mischiera'
irrefrenabile nei meandri labirintici della
sua pregiata materia grigia, quell'acido dalla
feroce, ingovernabile "sete" da "succhiacervello",
esemplare "contraltare" all'innato
egocentrismo/auto-lesionismo del caro Syd, in
procinto piu' che mai di lasciare il mondo
terreno onde abbracciare entita' parallele a
lui piu' congeniali e delle quali si e' sempre
sentito a suo modo "discepolo".
La lunga, "diabolica" discesa verso gli Inferi
fino ad allora "criptati" dalla psiche
drammaticamente sempre piu' traballante e
vacillante, ha appena avuto inizio, ma nessuno
lo sa, o forse tutti sanno ma non intendono
sapere.
L'inedita creativita' di Barrett e' resa
irresistibile ed assoluta grazie alla sua
trasversalita'; le oblique intuizioni
lisergiche del musicista inglese costituiranno
il manifesto psichedelico su cui si poggera'
tutto l'underground musicale britannico, un
calvario di sensazioni, sospese tra lucida
follia e tagliente visionarieta', entita'
estranea a quasi tutte le future soluzioni
musicali corredate da insulse, spropositate
quanto lasciveorchestrazioni, incapaci di
donare uno squarcio di identita' espressiva ad
un prodotto voluto egoisticamente da impostori
ed impresari che si spacceranno naturalmente
per "inventori" (o, ancora piu' aberrante) per
"innovatori". |
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Mai ricorrendo a questi fiacchi quanto
pretenziosi trucchi solamente fini a se
stessi, Barrett compira' un miracolo di
equilibrio stilistico-musical-compositivo:
coadiuvato dalla sua inseparabilie chitarra
amplificata, THE PIPER AT THE GATES OF A DAWN
costituira' il trionfo di una psichedelia
genuina, senza artefatti o diabolici orpelli,
diametralmente opposta ai
baroccheggiamenti ed insulsaggini da studio
che impoveri-ranno (fino a renderlo
drammaticamente sterile) il mercato
discografico britannico.
L'allucinazione e' il comune denominatore di
quest'opera storica: la mente malata e
anti-convenzionale di Barrett si giostra
abilmente tra circhi fatati sospesi in un
contesto storico non meglio precisato (e
nemmeno ci interessa francamente saperlo) e
giardini dell'Eden dove il Nostro corre felice
come un bambino non ancora corrotto o
contaminato dalle false promesse ed inganni
del mondo adulto. I solchi appaiono sospesi
tra spazio incantato e strade serrate pervase
di fascino oscuro e maledetto, un "assordante"
(nei colori) caleidoscopio dove fate e mostri
di bibliche proporzioni sembrano poter
miracolosamente coesistere.
Tracce-manifesto quali "Astronomy Dominee'", "Lucifer
Sam" e (in particolare) "Interstellar
Overdrive" celebrano lo "space-rock" piu'
debordante, paradigmi barrettiani in cui
vengono genialmente mescolate esperienze senza
fine mostruosamente dilatate dagli
allucinogeni "allarga-coscienze" di cui il
Nostro abusava in terrificante eccesso.
THE PIPE AT THE GATES OF A DAWN equivale ad un
acidorisveglio in seguito a sonni non
propriamente tranquilli, all'interno dei quali
Barrett appare sempre piu' abbandonato a se
stesso ed al suo destino di irrinunciabile,
inconvertibile follia; un "dormi-veglia" in
cui Syd affonda piacevolmente, esce e rientra
dalla porta della percezione lisergica ad
libitum. Ancora pochi attimi di lucidita' poi
un lungo fascio oscuro, qualche timido
risveglio accompagnato da cognizioni legate
alla realta' e poi di nuovo sonno, un sonno
profondo e distorto, macchiato, indelebilmente
inquinato dalla Dea Lsd e compari. La mente
del grande alchimista e' oramai in pasto alle
droghe che prima lo avevano aiutato a
staccarsi dalla convenzionalita' dei comuni
mortali ma che adesso lo stanno trascinando in
un pianeta sconosciuto, che non sara' piu' in
grado di lasciare: la pazzia si e' presa
gioco di Syd, e Syd da quel momento "vendera'"
la sua mente ad una esistenza fatta di
normalita', reclusione infinita, pittura ed
aura di monumentale misticismo e senso di
leggenda che avvolgera', "inghiottira'", per
l'eternita', l'anima da bambino inquieto ed
evoluto, "fotografia", questa, della
complessita' labirintica a cui faceva capo,
mirabilmente, la sua fertile, incontrollabile
e tribolatissima mente.
Ancora qualche sprazzo di genialita' inventiva
mischiata ad un caos di irripetibili
vicissitudini, raccapriccianti visioni,
nichilismo cerebrale e saturazione dell'ego,
un ego in perenne bilico tra un cielo dalla
magnetica bellezza costellato di luminosita'
accecante, ed un dirupo acida, sferzante
metafora dell' imminente ingresso di Syd
Barrett nel Grande Dimenticatoio della musica
popolare del Ventesimo Secolo. Il Nostro
avrebbe semplicemente dato avvio al suo nuovo,
personalissimo "viaggio", verso una realta'
parallela in cui non esistono specchi,
finestre, soffitto, strumenti o chittarre
amplificate; solo un uomo che non sa di
essere tale, ingrassato, con davanti al suo
viso bucato dagli eccessi del passato, una
tela pacificamente, avidamente dipinta dalla
sua coscienza-fantasma, impadronitasi della
sua bistrattata, frantumata psiche. Syd
Barrett si sarebbe trovato semplicemente a
doversi, perpetuamente ed ossessionatamente
chiedere quale fosse in realta' la sua precisa
identita', l'identita' di un uomo per sempre
avvolto da tetro mistero ed incom prensibli,
astrusi enigmi mai compiutamente risolti (e
che non troveranno mai soluzione....!).
Un uomo che non sarebbe piu' stato capace di
ritrovare se stesso e la sua dolce, dorata,
inattaccabile armonia.
Mai piu'.
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a cura di
ALAN "J-K-68" TASSELLI
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