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.... il secondo lavoro dei Verbena colpisce
allo stomaco e gioca sulle stesse tinte
forti e gli stessi contrasti della
copertina, rosa e nero. Rosa i pezzi più
dolci e malinconici, anche se di una
malinconia perversa e viscerale che gli
Smashing Pumpkins del Mellon Collie del’95
sembrano aver definitivamente perso, posti
strategicamente in apertura e in chiusura (Lovely
isn’t love e Big Skies, Black Rainbows),
neri i restanti 11 tiratissimi pezzi che
danno vita al corpo sanguinolento e violento
di un disco diretto e fondamentalmente
aderente, pur con una sua indiscutibile
originalità, alla tradizione del migliore
punk-rock statunitense degli anni’90: riff
di chitarre taglienti e rumorosissime, giri
di basso sexy e ritmiche esplosive.
L’aggressività di ogni pezzo non risulta mai
scontata: i nostri riescono a convincere con
strutture veramente solide dimostrando che
non basta una chitarra distorta per
confezionare un buon disco di rock’n’roll.
L’adesione emotiva dei tre Alabama kids è il
primo fattore a colpire e convincere: Scott
Bondy si trasforma in un serpente a sonagli
capace di baciarti e un secondo dopo sputare
veleno, libera il suo ego paranoico,
esorcizza i suoi demoni e gioca all’amante
voglioso ed arrabbiato, si rilassa ed
esplode, accelera e rallenta sulla voce
sottile, spesso un po’ roca di Anne Marie
Griffin al basso. Ogni titolo è legato
all’altro da un filo conduttore sottile,
quasi invisibile, che trova riscontro nei
suoni ma soprattutto nei testi in cui vive
un intero e pulsante immaginario di deliri e
malesseri di fine secolo: amori contrastati
e disillusi (Lovely isn’t love), prese di
posizione anti-fashion (Into the pink),
speranze di redenzione(Baby got shot in cui
Scott grida”Non hai mai desiderato un bel
paio di ali?”),relazioni interpersonali
travagliate (John Beverly), ribellione (Pretty
please), richieste d’aiuto (Monkey I’m your
man), oscuri mondi interiori (Prick the sun),
la bellezza della paranoia (Bang bang), la
depressione auto indotta (Depression is a
fashion), sogni chimici (Sympathy was dead),
l’innocenza perduta (Big skies, black
rainbows).
Consigliato agli scettici, a chi ancora
pensa che dopo Kurt Cobain il rock si sia
addentrato in un buco nero. Il discorso
muove da dove si era interrotto il
precedente Souls for sale: “Non capiamo
tutto questo parlare della morte del rock;
tecnicamente parlando non è una forma di
vita a base carbonio, per cui prima di tutto
non è nemmeno mai stata viva”. Amen. |