THINE
In Therapy  (2002)
Genre: Rock
 

Rock melodico dallo scorrere fluido e suadente; le linee semplici di una fragile narrazione emotiva generatrice di immagini urbane, notturne, specchio di sentimenti e sensazioni sfocate che si trascinano sonnambule in questo viaggio in cui si mescolano il reale delle luci basse tra le strade che scivolano lente e le mille sfumature di pensieri sognanti e sfuggenti. Musica per animi che adorano essere accarezzati; atmosfere per cuori che non conoscono frenesia.

Una produzione strana, questa, per la Peaceville, lontana anni luce (My dying bride) o avvicinabile soltanto di striscio (katatonia) a quanto già proposto dall’etichetta inglese. Una mossa azzeccata che apre alla  suddetta un interessantissimo orizzonte a cui guardare per il futuro.

 

 Reviewed by Pietro "Collapse" Presti

AUDIOSLAVE
Audioslave  (2002)
Genre: Rock/Metal
 

Una miscela perfetta, nulla da eccepire. L’incontro tra due metà che non si sono limitate a cercare uno sterile compromesso tra i rispettivi passati ma che hanno saputo dare un significato reale a parole come “crescita” e “ispirazione” seppur mai slegandosi dalle loro rispettive preziose quanto rare identità. Un nuovo sottile smalto di bellezza si aggiunge a soluzioni sonore già perfettamente rodate che il genio di Morello e la magia di Cornell, vorticando unite, hanno reso ancor più sofisticate, armoniche o ancora più incalzanti e ruvide. Una formula che sprigiona ancora rabbia genetica, come in “Cochise”, ma anche lievi melodie come autostrade per spiccare il volo, “What you are”, “Like a stone”, “ I am the highway” gli esempi più affascinati di queste ultime. Relegate a fine album un paio di ascolti “Bring em back alive”, “Light my way” che sembrano peccare di eccessiva ripetitività; ma vi garantisco, nulla al cospetto di questa nuova, magica, unicità.

 

 

 Reviewed by Pietro "Collapse" Presti

AGALLOCH
The Mantle (2002)
Genre: ROCK
 

Cinis”_ Una triste ballata rimarrà sospesa nel vento accompagnandoci tremanti sul deserto sentiero per la fine di tutto. Monumenti di cemento e d’acciaio come sentinelle silenziose veglieranno immobili, nelle albe e nei tramonti, la morte ed il tempo padroni delle nostre ceneri.

L’angoscia si posa sulla mia pelle come polvere, durante l’ascolto di “The mantle”, trascinandomi in uno stato di torpore ipnotico che assume i tratti di una ineluttabile coscienza della fine e diventa rassegnazione. Queste emozioni scaturiscono da sonnambule ballate acustiche, attraversate da aghi di rumori psichedelici, irrobustite da distorsioni soffocate, sventrate dal comparire di una voce sinistra e maligna,  o ancora completate dalla stessa, che si fà poetica e catartica. Su tutto l’ombra costante del genio “floidiano”, riletto attraverso filtri oscuri per riuscire a dare una forma sonora alla “decadenza”. Melanconia che avvolge ma che non comunica protezione né sicurezza. Consapevolezza di un dolore sottile e quasi sulfureo eppure così tagliente e corrosivo

 

 

 Reviewed by Pietro "Collapse" Presti

PAIN
Nothing remains the same  (2002)
Genre: Gothic Rock
 

Peter Tagtgren, una volta relegati alla storia gli Hypocrisy, punta tutto sul progetto Pain, allontanandosi da quanto fatto con la sua band storica ma anche, con questo lavoro, da quanto gli stessi Pain avevano realizzato sotto l’egida della Nuclear Blast tra la metà e la fine degli anni ’90. Nothing remains the same conserva un’impostazione electro/techno molto orecchiabile e scorrevole come le buone linee vocali di Peter a suo completo agio col cantato pulito e melodico. Completamente svanito il lato più duro dell’impostazione sonora dei Pain periodo Nuclear Blast e cioè le martellanti drumming simil Fear Factory, oggi sostituite da una semplice batteria d’accompagnamento, ed una certa cupezza di fondo, oggi più luminosa e aperta nelle atmosfere degli 11 brani presenti nell’album. Permangono le distorsioni nelle chitarre che compaiono solo a tratti, spesso per accompagnare e rafforzare i ritornelli senza però mai tradire l’idea di fondo dell’album, l’orecchiabilità. Un ascolto che reputo gradevole ma da cui mi aspettavo una maggiore intensità.

 

 Reviewed by Pietro "Collapse" Presti

EXPLOITED
Fuck the system (2003)
Genre: Thrash Punk
 

Chaos propaganda_ Un nome cui è legata una storia importante da tramandare, una bandiera, un messaggio, un modello di pensiero inverso che contrappone il chaos alla plasticosa serenità dopata, l’anarchia all’ordine stabilito ed imposto, l’animale istintivo all’uomo omologato e addomesticato; Exploited, un’antimacchina armata di calibri sempre più pesanti nel tempo. Da più di vent’anni una tra le spine più avvelenate conficcate nella struttura vertebrale di qualsiasi sistema.

Trash-core verb_ La dimostrazione di potenza promulgata attraverso “ beat the bastard” spazzò via d’un sol colpo la relativa crisi d’identità che da tempo corrodeva la scena punk più intransigente, quella che non ha mai saputo cosa farsene di certi cazzeggiamenti da MTV generation. Quell’album costrinse ad un ripensamento dell’onore dissacrato da certe inutili reunion, ripensare l’integrità, le idee, la propria natura, trovare nuove e più potenti armi per continuare a resistere. Lo spirito del ’77 incontrava le metriche distruttive del metal e mai vi fu migliore intesa tra fine pensato e mezzo usato. Oggi “Fuck the system” riparte da quell’idea, da quell’intesa, spostandone leggermente l’impostazione ma senza modificarne l’essenza originale. Il mixaggio ha reso più grezzi i suoni degli strumenti, alleggerendoli dalla staticità di beat the bastard e rendendo il suono più fluibile e coinvolgente. I brani sono ancora terribilmente duri, veloci, istintivi e secchi ma questa volta arrisicano di più aprendosi a innesti di inaspettata quanto egregia melodia insieme ad una voce  che oggi rende ancora meglio. Soluzioni che a mio parere si prestano alla perfezione all’impostazione della band. Un sottile strato di nuova pelle per un album seminale.

 

 Reviewed by Pietro "Collapse" Presti

 

 

 

 
 

 


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