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Come ben sapete, “Jesus Christ Superstar” uscì
nel 1973, ottenendo riscontri commerciali
positivissimi, ma non altrettanto nel campo
della critica. Se ben ricordo, esso fu
stroncato soprattutto nella scelta dei
costumi, apparendo essi alquanto pretenziosi
ed eccessivamente “Hippie”.
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Certo Norman Jewison,
il regista del memorabile film, non ha risparmiato
alla pellicola ed agli interpreti un preponderante
“kitsch”, che da un lato può risultare accattivante,
ma dall’altro può innervosire lo spettatore e/o il
critico di turno. Il
sottoscritto
naturalmente è dalla parte del regista. E comunque di
tutto lo staff di “Jesus Christ Superstar”.
Recentemente in un libro dedicato ai film-rock (cioè a
tutte quelle pellicole che avessero come protagonista
almeno uno squarcio di musica-rock) ho letto che Gesù
venne definito una specie ci Charles Manson, per
quanto urlava ed apparisse “infoiato”. Vero è che
quando uscì nei cinema, la Chiesa vi si scagliò contro
a causa della interpretazione voluta dal geniale
Andrew Lloyd Webber, sommo creatore dell’opera :
quella di rappresentare gli ultimi sussulti e
mirabilie della vita di Gesù Cristo secondo l’ottica
di Giuda = BLASFEMIA. Ditemi, ora : ma cosa c’è di più
sanamente anticonformistico di un’opera SACRA come
quella della vita del Messia, corretta dalla visione e
giudizio del suo più acerrimo e famoso traditore,
GIUDA ISCARIOTA ? Blasfemo sì, ma geniale e
magneticamente accattivante al tempo stesso. E, per
naturale conseguenza, la parte del Grande Protagonista
passerà di diritto nelle mani (e nella voce, scomoda)
di chi interpreterà Giuda (qualunque rappresentazione
essa sia, cinema o teatro, non farà differenza : il
comune denominatore, focalizzatore ed epicentro di
tutta l’opera risiederà proprio in lui, infuocato e
mai domo, nella sua mirabile irrequietezza).
Si badi bene : in
questo frangente Gesù non verrà del tutto spodestato
dalla scena, semplicemente si dovrà “accontentare di
ricoprire il ruolo di “secondo stoccatore”, un
“secondo” di lusso, comunque. Ancora : “Jesus Christ
Superstar” non sarebbe per certo stato lo stesso se
Webber non avesse deciso di ribaltare i ruoli. A costo
di essere bollato per sempre come eretico, blasfemo,
appunto. E’ qui che sta il VERO colpo di genio, è
questo che rende veramente originale ed unica quella
che è stata definitala prima autentica opera-rock
(già, perché qualcuno potrebbe contestare fosse stata
“HAIR” : tendo a sottolineare che essa precedette
“Jesus Christ Superstar”, ma NON FU la prima
opera-rock , in quanto al suo approccio esclusivamente
di origine teatrale). A reggere, contornare
l’ambizioso progetto di Webber vi sono le sue mirabili
ed inarrivabili musiche. Se il film fu un fiasco dal
punto di vista prettamente critico, non lo fu in
termini musicali. A partire dall’imperiosa “Heaven on
their minds”, che segna l’esordio di un già inquieto
Judas, il film è un’irrefrenabile scalata di brani ora
considerati immortali : Everything’s alright” ( con
parti irresistibili dei tre protagonisti assoluti
dell’opera, Jesus, Mary Magdalene e lo stesso Judas,
che sintetizzano in pratica in un solo brano la loro
straordinaria gamma vocale), “Simon Zealotes”
(bellissima la scenografia e il corpo del balletto),
la trascinante “Damned for all time/ blood money”,
passando per la sognante, stupenda “The Last Supper”,
la quale vive di momenti di ritrovo e passione,
puntualmente “smentiti” dai dubbi che rodono Gesù, nel
terrore imminente di essere prima o poi tradito, fino
al dialogo (quasi al limite della....rissa) corrosivo,
infuocatissimo, fra il Messia ed il futuro traditore,
il quale rivendica per tutta risposta la sua (falsa)
innocenza bollando Gesù come un idiota paranoico o, al
limite, un “jaded mandarin”....
“Gethsemane” è stata, e
e sempre sarà la parte di Jesus, in tutto e per tutto
: a rivelarci il suo dramma, il suo destino già
segnato dal Grande Creatore, saranno i suoi squillanti
(“gillaneschi”, avanzerei) acuti, consegnando
all’ascoltatore i suoi “assoli” di uomo frustrato e
già consegnato alla storia, meglio, al mito.
Per giungere poi alla
speranzosa, utopistica “Could we start again” (chi ha
detto che non potrebbe sussistere, seppur
implicitamente, qualche eco dello slogan per
eccellenza della filosofia hippie “pace, amore e
libertà”, in questa canzone - io, almeno, l’ho intesa
così.... chiedere al regista, in fondo eravamo ancora
nel 1973). “Trial before Pilate”, che vede Pilate
nella sua più impegnativa e significativa performance,
è l’ideale anticipatrice dell’apocalisse finale, la
fantastica, inebriante, coloratissima “Superstar”, con
un eccezionale Judas che chiude virtualmente l’opera
coinvolgendo pienamente lo spettatore con questo
appassionante gospel (ed un altro appassionante Judas!).
Dunque, Angelo, come
già ti avevo anticipato, la vostra rappresentazione è
passata a pieni voti, nonostante abbia scorto qualche
sbavatura (non solo vocale) durante la stesura di
“Judas & Jesus”. Ma è poco, relativamente poco,
l’importante è ciò che si è voluto trasmettere dal
palco e SUL palco (non sono
parole vane, ma tu ben sai questo). Senza dilungarmi
in sciacquose, pretenziose o fine a se stesse
pomposità, l’interprete che più ha destato la mia
attenzione è stato, a sorpresa, Ponzio Pilato. Colui
che ha interpretato il suo ruolo merita un caloroso e
monumentale applauso: il suo canto, così come la
lettura del personaggio in questione, è stata
praticamente perfetta; non una sbavatura, con
un’intensità timbrica a tratti notevole e
impressionante in quanto a somiglianza con
l’interprete originale del film, tale Barry Dennen.
Non so in quanti l’abbiano notato, ma considerando il
fatto che io avrò visto il film si e no una decina di
volte, beh, sono piuttosto “attestabile”, non vi pare
? Senza ombra di dubbio, il migliore - una ma forse
anche due spanne sopra gli altri. Judas (alias Marco
Dari), eccetto qualche (di per se comprensibile, in
particolar modo quando si hanno di fronte qualcosa
come 2000 persone e soprattutto quando si corre da
esagitati, come d’altronde il copione richiede...!!!)
stecca o abbassamento di tono, ha fornito una prova
eccellente, rivelando una voce ben lontana dal Carl
Anderson della pellicola (intendo dal punto di vista
tecnicamente vocale, non per quanto riguarda la
bravura), ma pur sempre possente e convincente; in
una sola parola, ADATTO a ricoprire un ruolo di tale
importanza, oltrechè vocale, anche d’immagine e
presenza scenica. Chi non mi ha invece entusiasmato
molto è stato Jesus (Amleto) : la sua voce a tratti
sembrava volutamente contenuta, bloccata (forse per
problemi alla laringe? - piuttosto tipico fra i
cantanti), quasi dava la sensazione non volesse
esternare quegli acuti tipici e cari al suo
personaggio ed al tipo di interpretazione che in
“Judas e Jesus” veniva richiesta. Peccato !, perché il
pur bravo Amleto si è poi parzialmente riscattato con
un’ottima prova fornita guarda caso proprio nel numero
più difficile, la famigerata “Gethsemane”. A questo
punto avanzo questa mia ipotesi : non è per caso una
sua scelta stilistica e cioè quella di non sforzare
troppo la voce al fine di un maggiore risparmio,
quella dell’interprete di Jesus? Una sorta di “under-singing”,
variazione tratta dalla parola “under-playing”,
termine cinematografico che sta ad indicare un attore
che recita senza troppo sforzo od alcuno, senza
enfasi, insomma ( e “maestro” di questa disciplina era
nien-te-po-po-di-meno che in grande Steve McQueen).
Chiudo con Mary Magdalene, una bella voce ed una prova
dignitosa, ma senza particolari slanci vocali e/o
guizzi interpretativi.
Alan
"J-K-68" Tasselli

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